Gli Indiani d’America, noti anche come Nativi Americani o Popoli Indigeni delle Americhe, hanno origini antichissime che risalgono a decine di migliaia di anni fa. Le teorie più accreditate indicano che i loro antenati siano giunti in America dall’Asia nordorientale, attraversando lo Stretto di Bering, un ponte di terra esistente durante l’ultima era glaciale (circa 15.000-30.000 anni fa). Da lì, le popolazioni si diffusero gradualmente in tutto il continente, dal Nord fino all’America del Sud.
La diversificazione e le culture nel corso dei millenni, svilupparono nelle varie tribù, lingue e tradizioni distinte, adattandosi agli ambienti in cui si erano insediate. Alcune fra le grandi civiltà precolombiane includono i Maya (America Centrale), gli Aztechi (Messico), gli Inca (Ande, Sud America), i Sioux, gli Apache, i Navajo e i Cherokee (Nord America).
L’impatto della colonizzazione, avvenuta fra il 1500 e il 1700, con l’arrivo degli europei a partire dal 1492 con Cristoforo Colombo, fu pesantissimo, e le conseguenze devastanti. Le conquiste e le colonizzazioni portarono a guerre sanguinose, come quelle tra i conquistadores spagnoli e le civiltà azteca e inca. Tutte le popolazioni indigene subirono guerre, malattie (come il vaiolo e il morbillo) e deportazioni che ne ridussero drasticamente il numero fino al 90%. Con i primi insediamenti europei, guidati da missioni religiose, arrivò anche la schiavitù forzata per i nativi.
Gli Stati Uniti e altre nazioni iniziarono a espandersi verso Ovest, sottraendo terre ai nativi. Il governo americano firmò trattati ingiusti, spesso violati, per prendere nuove terre. Il governo USA obbligò le tribù del Sud-Est a spostarsi forzatamente in terre aride.
Questa deportazione fu il risultato della politica di rimozione forzata degli Indiani d’America attuata dagli Stati Uniti nel XIX secolo. “L’Indian Removal Act” è la legge che avviò la rimozione degli indiani. Promulgata il 28 Maggio 1830 e firmata dal Presidente americano Andrew Jackson. Gli storici contemporanei la definiscono una vera e propria pulizia etnica.
Le principali tribù colpite furono i Cinque Popoli Civilizzati, cioè : Cherokee, Chickasaw, Choctaw, Creek e Seminole, costretti a trasferirsi nei territori dell’attuale Oklahoma. Le deportazioni avvennero in condizioni terribili: mancanza di cibo, presenza di malattie, clima rigido e attacchi durante il tragitto. Questo tragico evento è noto come il Trail of Tears (“sentiero delle lacrime”), durante il quale migliaia di nativi americani morirono.
Nonostante le promesse di indipendenza nel nuovo territorio, col tempo l’Oklahoma venne poi aperto ai coloni bianchi. Nel 1907 divenne ufficialmente uno Stato degli USA, privando ulteriormente i nativi delle loro terre. Ciò rappresentò uno degli episodi più dolorosi della storia, con conseguenze devastanti per la loro cultura e la popolazione.
I nativi vennero confinati in riserve: territori spesso poveri e inadatti all’agricoltura Le politiche di assimilazione includevano scuole forzate per bambini indigeni, dove era vietato parlare la loro lingua e praticare le loro tradizioni. Come il Sun Dance: un rituale sacro praticato da diverse tribù delle Grandi Pianure, tra cui i Sioux (Lakota, Dakota, Nakota).
Questa cerimonia era un momento di rinnovamento spirituale, in cui i partecipanti digiunavano, pregavano e, in alcuni casi, praticavano l’auto-sacrificio come offerta agli spiriti per la prosperità della loro comunità. Nel 1883 il governo degli Stati Uniti la vietò , insieme ad altre cerimonie indigene, attraverso il Codice dei crimini indiani. Questo faceva parte di un più ampio tentativo di assimilare forzatamente le popolazioni native, imponendo la religione cristiana e le usanze occidentali.
Le autorità consideravano il Sun Dance e altri rituali come “pratiche barbare”, e come tali cercarono di eliminarle. Tuttavia, nonostante il divieto, molte comunità continuarono a praticarlo segretamente. La proibizione ufficiale rimase in vigore fino al 1978, cioè fino a quando fu approvato il Native American Religious Freedom Act (NARFA), che restituì ai nativi il diritto di praticare le loro tradizioni spirituali. Oggi, il Sun Dance è ancora praticato in diverse comunità indigene, mantenendo viva la loro cultura e spiritualità.
Nel frattempo, i Sioux avevano adottato la Ghost Dance, una danza rituale che, secondo la loro credenza, avrebbe riportato in vita i loro antenati e fatto sparire i bianchi, restituendo loro le terre. Questo rituale preoccupava il governo statunitense, che temeva potesse trasformarsi in una ribellione armata. Per questo, il 15 Dicembre 1890, il famoso capo tribù Lakota Hunkpapa, meglio conosciuto come Toro Seduto, fu ucciso nella riserva di Standing Rock, nel Nord Dakota.
La Indian Police, agenti della polizia indiana inviata dal governo degli Stati Uniti, avevano il compito di arrestare il più irriducibile dei capi Sioux con la scusa di avere sobillato una ribellione all’interno della riserva. Ne scaturì una colluttazione, nella quale uno degli agenti fu ferito. La reazione della polizia fu immediata, così come la morte di Toro Seduto, colpito alla testa e al petto da proiettili sparati da un pellerossa come lui.
La sua morte avvenne poche settimane prima del massacro di Wounded Knee: uno degli episodi più tragici della storia dei nativi americani. Un gruppo di circa 350 Lakota Miniconjou, guidato dal capo tribù Big Foot (“Piede Grosso”), erano fuggiti dalla riserva di Pine Ridge per cercare protezione. Il 29 dicembre1890 furono intercettati dal 7º Cavalleria degli Stati Uniti, che li circondò vicino a Wounded Knee Creek, nel South Dakota.
I soldati ordinarono di consegnare le armi, ma durante la perquisizione scoppiò un colpo di fucile, forse accidentale o forse sparato da un nativo. Così ebbe luogo lo scontro tra i nativi Americani (Sioux, Cheyenne, Apache) e l’esercito degli Stati Uniti fra le Grandi Pianure del South Dakota, che culminò nel massacro di Wounded Knee.
Dopo lo sparo, i soldati americani aprirono il fuoco con mitragliatrici Hotchkiss, su uomini, donne e bambini disarmati. In pochi minuti, più di 250-300 Sioux furono uccisi, compreso il capo tribù Big Foot. Molti cercarono di fuggire, ma vennero inseguiti e massacrati. 25 soldati americani morirono, alcuni colpiti dal fuoco amico, ai quali il governo statunitense assegnò medaglie d’onore, un fatto ancora oggi molto controverso.
Il massacro di Wounded Knee fu l’ultima delle guerre indiane e segnò la fine della resistenza armata dei nativi americani. Wounded Knee divenne un simbolo della resistenza e della tragedia del popolo nativo americano. Oggi il sito è un luogo sacro per i Lakota, quale simbolo della lotta per i diritti dei nativi.
I primi diritti riconosciuti agli Indiani d’America furono limitati, e ottenuti solo dopo secoli di oppressione e spossessamento delle loro terre. Il governo degli Stati Uniti firmò numerosi trattati con le nazioni indigene, spesso violandoli, ma riconoscendo formalmente la loro sovranità su determinate terre.
L’Indian Citizenship Act(1924) concesse la cittadinanza statunitense a tutti gli Indiani d’America nati negli Stati Uniti, ma molti di loro continuarono a essere discriminati e privati del diritto di voto. L’Indian Reorganization Act(1934) promosse l’autogoverno delle tribù e tentò di restituire alcune terre confiscate in precedenza. L’American Indian Religious Freedom Act(AIRFA), approvata dal Congresso l’11 agosto 1978, garantiva ai nativi americani il diritto di praticare le loro religioni tradizionali.
L’Indian Child Welfare Act (ICWA), approvata nel novembre 1978, cercava di proteggere i bambini nativi americani dall’adozione forzata da parte di famiglie non indigene. In passato, molti bambini vennero tolti alle loro famiglie e alle loro comunità, spesso senza il consenso dei parenti. Queste leggi rappresentarono passi significativi nella tutela dei diritti e della cultura delle popolazioni indigene negli Stati Uniti.
È difficile stabilire un numero esatto di nativi americani uccisi dagli Europei e dagli Americani nelle guerre dai massacri e persecuzioni dal 1492 in poi. Tuttavia, gli storici stimano che la popolazione indigena in Nord America sia passata da circa 5-10 milioni, prima dell’arrivo di Colombo, a meno di 300.000 individui entro la fine del 1800.
Le cause principali di questo sterminio furono, oltre le guerre e i massacri, le malattie. Il vaiolo, il morbillo e altre malattie europee decimarono le tribù, che non avevano immunità. Guerre di espansione e conflitti – come le Guerre Seminole, la Guerra dei Dakota, le guerre contro gli Apache – e i massacri – come quello di Wounded Knee (1890), Sand Creek (1864) e Bear River (1863) – dove interi villaggi furono sterminati, provocarono circa 200.000-500.000 morti. Le deportazioni, la fame, le politiche di assimilazione e sterminio culturale contribuirono alla perdita dell’identità dei popoli nativi.
Secondo il censimento del 2020, negli Stati Uniti vivono circa 9,7 milioni di nativi americani, che rappresentano una parte significativa della popolazione indigena del continente. Molti ancora continuano a combattere per la giustizia e la difesa dei diritti, delle loro terre, contro la disoccupazione e le discriminazioni. Questo dramma lascia profonde ferite: un “genocidio” perpetrato a discapito di una civiltà completamente annientata.